29/08/2008 

ore 11.58 

Italiani nel mondo 

MATTMARK 1965: LA PIÙ GRANDE TRAGEDIA DEL LAVORO ITALIANO IN SVIZZERA – DI GIOVANNI LONGU 

Il Vallese è per gran parte dell’anno una vallata soleggiata a vocazione eminentemente turistica. Possiede ben 120 destinazioni invernali ed estive. Un forte richiamo è dato dalle sue 51 cime oltre i 4000 metri, ma anche dalle innumerevoli escursioni che offre ai meno ardimentosi a diverse altitudini.
Un’importante fonte di reddito del Vallese proviene tuttavia dallo sfruttamento delle immense risorse idriche. Nel Vallese si concentrano i due terzi dei ghiacciai presenti in Svizzera, compreso il più grande d’Europa, l’Aletsch, che fa parte del Patrimonio mondiale dell’UNESCO. Questi ghiacciai alimentano innumerevoli corsi d’acqua che negli anni Cinquanta e Sessanta sono stati sbarrati da poderose dighe, alcune delle quali sono divenute vere celebrità mondiali. Il Vallese produce circa un quarto dell’elettricità svizzera. Il solo lago della Grande Dixence, con la diga in cemento più alta del mondo (285 m), può contenere fino a 400 milioni di metri cubi d’acqua che permettono di produrre circa 2,1 miliardi di chilowattora l’anno.
Dopo l’epoca delle costruzioni ferroviarie degli ultimi decenni dell’Ottocento e il primo del Novecento, gli anni Cinquanta e Sessanta del secondo dopoguerra segnano l’epopea delle grandi costruzioni idroelettriche lungo tutto l’arco alpino, ma soprattutto nel Vallese.
Secondo alcune stime, tra il 1947 e il 1970 giunsero in Svizzera complessivamente più di due milioni e mezzo di lavoratori stranieri per lo più come stagionali. Gli italiani costituivano la forza lavoro straniera più importante. Erano da due fino a cinque mila gli stagionali che ogni giorno nei mesi primaverili tornavano, soprattutto nei cantieri, per riprendere il lavoro interrotto nei tre mesi invernali. Tornavano, secondo una simpatica immagine usata in un servizio della televisione svizzera del 1960, "come le rondini a primavera…", non senza aver prima subito un accurato controllo sanitario a Chiasso o a Briga. Oltre agli stagionali uomini destinati soprattutto ai cantieri, c’erano anche numerose donne che molti svizzeri chiamavano le "rondinelle".
Non erano sempre gli stessi. Dopo molte stagioni alcuni ottenevano un permesso di dimora annuale. Altri decidevano di non tornare più. Altri mettevano radici stabili in questo Paese, prendendo magari la cittadinanza svizzera. Altri ancora non potevano più tornare perché durante la loro ultima stagione avevano perso la vita sul lavoro. Era già capitato a molti (un migliaio negli ultimi dieci anni) e capiterà ancora ad altri, come gli 88 lavoratori, di cui 56 italiani, che perirono nella disgrazia di Mattmark, nel Vallese. Era il 30 agosto del 1965.
Dopo quelle del Gottardo, del Sempione e del Lötschberg, un’altra grande tragedia si abbatté principalmente sugli italiani. Fu uno dei maggiori contributi di sangue dell’emigrazione italiana al miracolo economico della Svizzera. Più di un milione di metri cubi di ghiaccio staccatisi da un ghiacciaio travolse in pochi secondi le baracche dei lavoratori che stavano terminando la costruzione della diga di Mattmark nella Valle del Saas.
La tragedia di Mattmark fu simile a quella di Goppenstein del 28 febbraio 1908, quando una enorme valanga travolse uno degli alloggiamenti del personale addetto allo scavo del tunnel del Lötschberg dal lato sud, ma ben più grave. I morti allora furono solo (si fa per dire!) 12. In quell’occasione si parlò d’imprudenza da parte dell’impresa costruttrice del Lötschberg. Nella disgrazia di Mattmark si trattò ben più che d’imprudenza, perché il ghiacciaio Allalin, per sua natura instabile, gravava come una spada di Damocle sulle baracche degli operai. Ma per i tribunali nessuno poteva essere considerato colpevole e tutti gli imputati furono assolti. L’opinione pubblica sia svizzera che italiana reagì con sdegno.
A giusta ragione il sindacato lanciò un atto d’accusa non solo contro l’azienda costruttrice, ma soprattutto contro la bramosia del profitto, la cieca fiducia nella scienza, "il delirio d’onnipotenza di un’intera epoca". Esigeva maggiore sicurezza dei cantieri e maggiori controlli. Per quegli 88 morti era troppo tardi. Le ragioni dell’economia sopravanzavano di gran lunga tutte le altre, compresa la sicurezza dei cantieri. Si disse che le disgrazie sul lavoro erano inevitabili, tanti e tali erano i cantieri di montagna in quei decenni di corsa frenetica all’approvvigionamento di energia idrica, non solo nel Vallese, ma in tutto l’arco alpino svizzero.
Nel 1965, l’anno della tragedia di Mattmark, erano appena terminate alcune delle dighe più imponenti del mondo, quelle di Mauvoisin, Moiry, Zeuzier e della Grande Dixence nel Vallese, quella di Luzzone e di Contra nel Ticino, quelle della Valle di Lei, Nalps e Roggiasca nei Grigioni, Göscheneralp nel Cantone Uri, ecc. Altri importanti cantieri erano ancora in attività come quelli delle grandi dighe di Curnera, Santa Maria e Punt dal Gall nei Grigioni, Hongrin Nord e Sud nel Cantone di Vaud, Gebidem, Gries e Sanetsch nel Vallese, Cavagnoli, Sambuco, Vasasca e Robiei nel Ticino, ecc. Quest’ultima conobbe un’altra disgrazia (17 vittime, tra cui 15 italiani) proprio l’anno seguente.
Sembrava una rincorsa a chi arrivava primo, a chi riusciva a garantirsi i maggiori benefici, a chi riusciva a imbrigliare più vantaggiosamente le risorse naturali rinnovabili. Gli anni Cinquanta e Sessanta furono sicuramente anche un’opportunità per centinaia di migliaia di italiani, che col duro lavoro riuscivano comunque a risolvere il loro problema esistenziale. Ma non va dimenticato che col loro lavoro e i loro sacrifici hanno contribuito a creare in Svizzera un benessere impensabile prima di allora. Tra il 1950 e il 1975 la Svizzera, anche grazie al contributo dell’immigrazione, è riuscita a raddoppiare il proprio prodotto interno lordo.
Oggi il benessere è diffuso e a beneficiarne sono anche i pochi rimasti di quell’ondata di lavoratori ardimentosi del dopoguerra, ma soprattutto le seconde e terze generazioni. È bene che queste ricordino quanto lavoro, quanta fatica e quanto sangue ha comportato l’attuale benessere. E se qualcuno farà un’escursione attorno al lago di Mattmark, fra l’altro raccomandabile sotto il profilo paesaggistico, non scordi che è anche un luogo della memoria.

 

Mattmark, per non dimenticare

Garavini: "Il ricordo di stragi di questo tipo deve servire da monito perché le condizioni di sicurezza del lavoro vengano tutelate"

01.09.2008 18:09:06

mattmark.jpgMattmark, Svizzera - Era il 1965. Sono passati 43 anni, e il ricordo ancora brucia.

 

La cronaca. Una valanga. Alle 16.35 di lunedì 30 agosto 1965 una gigantesca valanga di ghiaccio investì, nell'alta valle del Saas Fee, in Svizzera, un cantiere idroelettrico per la costruzione di una diga a Mattmark a 2120 metri di altezza.

 

Il bilancio fu terribile: cento morti - 59 italiani, 27 svizzeri, e i rimanenti spagnoli, jugoslavi, tedeschi.

 

 

Il ghiacciaio dell'Allalin domina la vallata di Saas. La sua "coda" si schiantò sul fronte di un chilometro e distrusse, seppellendole sotto una coltre di venti metri di neve e di detriti, le baracche con i dormitori, il refettorio e gli uffici della direzione del cantiere. Un milione di tonnellate di ghiaccio e di roccia, e un boato terribile.

 

 

Il Vallese è per gran parte dell'anno una vallata soleggiata a vocazione eminentemente turistica - ha ben 120 destinazioni invernali ed estive. Forti introiti vengono anche dallo sfruttamento delle immense risorse idriche. Nel Vallese si concentrano i due terzi dei ghiacciai presenti in Svizzera, compreso il più grande d'Europa, l'Aletsch, che fa parte del Patrimonio mondiale dell'UNESCO.

 

 

"Secondo alcune stime - scrive Giovanni Longu da Berna sul portale Calabresi.net - tra il 1947 e il 1970 giunsero in Svizzera complessivamente più di due milioni e mezzo di lavoratori stranieri per lo più come stagionali. Gli italiani costituivano la forza lavoro straniera più importante. Erano da due fino a cinque mila gli stagionali che ogni giorno nei mesi primaverili tornavano, soprattutto nei cantieri, per riprendere il lavoro interrotto nei tre mesi invernali. Tornavano, secondo una simpatica immagine usata in un servizio della televisione svizzera del 1960, "come le rondini a primavera...", non senza aver prima subito un accurato controllo sanitario a Chiasso o a Briga. Oltre agli stagionali uomini destinati soprattutto ai cantieri, c'erano anche numerose donne che molti svizzeri chiamavano le «rondinelle»".

 


 

Prosegue Longu: "Non erano sempre gli stessi. Dopo molte stagioni alcuni ottenevano un permesso di dimora annuale. Altri decidevano di non tornare più. Altri mettevano radici stabili in questo Paese, prendendo magari la cittadinanza svizzera. Altri ancora non potevano più tornare perché durante la loro ultima stagione avevano perso la vita sul lavoro. Era già capitato a molti (un migliaio negli ultimi dieci anni) e capiterà ancora ad altri, come gli 88 lavoratori, di cui 56 italiani, che perirono nella disgrazia di Mattmark, nel Vallese".

 

 

mattmark1.jpgUna lunga serie di tragedie che segna l'emigrazione italiana: "Dopo quelle del Gottardo, del Sempione e del Lötschberg, un'altra grande tragedia si abbatté principalmente sugli italiani. Fu uno dei maggiori contributi di sangue dell'emigrazione italiana al miracolo economico della Svizzera" prosegue Longiu.

 

"Ricordare le vittime italiane di Mattmark serva da monito, anche in Italia, per evitare stagi di innocenti", dice l'on. Laura Garavini (PD), eletta nella Ripartizione Europa. "Il ricordo di incidenti cosí drammatici, legati all´errore umano e alla leggerezza nel rispetto delle più elementari precauzioni di sicurezza deve servire da monito, per quanto riguarda la salvagurdia delle condizioni di lavoro di tanti immigrati anche in Italia" prosegue.

 

 

Ed è di oggi la notizia di una nuova strage sul lavoro in Italia. Fortunato Calabrese, 58 anni, doveva andare in pensione tra sei mesi. Giuseppe Virgillito, 35 anni, si sarebbe sposato a breve. Dipendenti delle ferrovie dello stato, sono morti stamane, mentre lavorando sui binari della linea ferrata di Motta Sant'Anastasia, alle porte di Catania con martelletti a compressione.

 

 

Non si sarebbero accorti del treno regionale da Palermo che, puntuale, stava arrivando nella piccola stazione poichè indossavano le cuffie antirumore. Il macchinista ha inutilmente tentato di fermare il convoglio attivando il freno di emergenza. 

 

 

"Il ricordo di stragi di questo tipo deve servire da esempio, monito perché le condizioni di sicurezza del lavoro vengano tutelate e in particolare faccio riferimento all'emergenza che si sta di nuovo vivendo anche in queste settimane nel sud-italia dove centinaia di immigrati vengono occupati nei lavoro stagionali, ad esempio la raccolta dei pomodori e ancora una volta i giornali - soprattutto regionali -  sono pieni di storie, di come questi lavoratori immigrati subiscano condizioni, ad esempio di alloggio, estremamente deplorevoli. E anche nella tragedia di Mattmark fu così: proprio le baracche dei lavoratori furono interessate: i lavoratori che morirono furono investiti dalla caduta di questo grande pezzo di ghiaccio che cadde proprio sopra le abitazioni che evidentemente furono costruite senza rispettare necessarie misure di sicurezza" tuona Laura Garavini.

 

Avete in programma di portare avanti azioni particolari in materia di sicurezza sul lavoro ? "Sono intervenuta in Commissione recentemente su un decreto relativo alla regolamentazione degli appalti, in materia di concorsi pubblici. E quindi diciamo che si tratta di un impegno costante" - commenta la deputata del PD - "Anche a livello legislativo è importante che, da un lato ci si attenga a quelle che sono le norme già attive, già predisposte, dall'altro si tratta anche di prevedere all'interno di amministrazioni locali appositi controlli, che tra l'altro in parte sono già previsti, ma si tratta di fare in modo che vengano effettuati".

 

 

"Ogni volta che si pensa alla tragedia di Mattmark, di cui sabato ricorreva il 43mo anniversario, l'immagine che immediatamente viene in mente è una foto scattata subito dopo la tragedia, dove si vede un  lenzuolo bianco di ghiaccio e neve, con pochi uomini che stanno ad osservare quel poco che emerge da questa coltre" racconta Franco Narducci, deputato del PD eletto nella Ripartizione Europa, residente a Wholen, vicino Zurigo, e Vicepresidente della Commissione Esteri.

 

"È proprio l'immagine drammatica di questa tragedia, che spezzò la vita di 88 persone, di cui tantissimi italiani. Ritengo che, come popolo italiano, dobbiamo testimoniare sempre affetto e riconoscenza profonda a questi uomini, con la loro storia di vita, il loro sacrificio e quello di tanti altri uomini che hanno dato la vita per il progresso. In Svizzera le tragedie sono state tantissime, spesso dimenticate" - ricorda Narducci, spiegando che "gli italiani, a partire dalla fine del 19mo secolo,  hanno trovato nella Svizzera un punto di riferimento molto forte, quelli che non affrontavano le trasferte transoceaniche per andare nelle Americhe, andavano in Europa e soprattutto in Svizzera, attirati dalla costruzione della grandi trasversali alpine, i grandi tunnel, e dalla costruzione di una delle più efficienti reti ferrovarie. Le condizioni di lavoro e di sicurezza erano durissime  - aggiunge Narducci - e spesso sconfinavano anche in opere di repressione da parte degli organi di polizia elvetici".